Trasparenza finanziaria: leggi sì, ma anche comportamenti

Cos’è il Consorzio Patti Chiari?

È un Consorzio volontario delle banche aderenti all’Abi. Le banche che aderiscono coprono circa il 75% degli sportelli bancari in Italia. Si tratta quindi di una rete estesa a tutto il territorio nazionale che comprende sia grandi banche che medie e piccole. Ci serviamo delle reti bancarie sul territorio come sponsor organizzativo  per realizzare nelle scuole dei corsi di educazione finanziaria coinvolgendo gli insegnanti prima che gli studenti. In modo che il nostro tramite con gli studenti siano gli insegnanti. Ovviamente nessuno si sogna di andare a promuovere, che so, il conto corrente di una banca. Ci muoviamo al di fuori di qualsiasi conflitto d’interesse.

Veniamo  ad una riflessione più generale: a che punto siamo con la trasparenza nel sistema finanziario?

La trasparenza nel sistema finanziario, se la guardiamo dal punto di vista legislativo, non ha nulla da invidiare alle legislazioni di altre importanti realtà nazionali. Quello che invece rappresenta un problema sono i comportamenti. La rete delle norme in sé è più che sufficiente; magari in alcuni punti è a maglie larghe e in questi spazi si possono trovare comportamenti diversi, come abbiamo visto e vediamo nella crisi finanziaria dove si sono verificati comportamenti al limite della legalità o errori degli organi di vigilanza.

Nell’ambito degli investitori istituzionali i Fondi pensione vanno acquisendo un ruolo crescente: sono ormai stati raggiunti i cento miliardi di patrimonio. Ma anche a causa delle ristrettezze del mercato borsistico italiano, i gestori si rivolgono in larghissima parte a titoli stranieri. Il mercato finanziario non potrebbe mettere a disposizione dei gestori prodotti che abbiano una spiccata finalità a favore dello sviluppo del Paese?

Se pensiamo a prodotti rivolti alle imprese, dobbiamo sapere che questo significa assumersi il rischio di default delle imprese stesse. Poi certo, il mercato potrebbe confezionare e offrire prodotti specializzati, sapendo comunque che gli organi di vigilanza dovranno obbligare gli emittenti di questi titoli ad avere riserve patrimoniali e di liquidità per far fronte al rischio futuro. Non si esce da alcuni riferimenti fondamentali quando si tratta di finanza: il rischio dell’emittente, il rischio di mercato, la garanzia che l’emittente deve avere nel proprio patrimonio imposto dagli organi di vigilanza le riserve per far fronte ai rischi futuri di default. Sono riferimenti validi per tutti i mercati e a maggior ragione per quelli degli investitori istituzionali.

Sapore di Malesia al Westin Excelsior

Continua il viaggio alla scoperta di culture e sapori lontani al Westin Excelsior di Roma.
Lo scorso 7 settembre, nell’esclusiva cornice del Ristorante Doney, #AgenziaReclam ha partecipato alla rassegna gastronomica in collaborazione con l’Ambasciata della Malesia e lo Stato di Malacca.

Un tripudio di gusti e di colori, quello a cui abbiamo assistito, curato fin nei minimi dettagli dallo Chef executive James Foglieni e dagli Chef malesi Zaini Jaid e Ghapur Abu Bakar.
Un incontro tra culture, che è partito dai sapori raccontati nei tanti piatti esposti come vere operde d’arte al Doney, per poi proseguire con la scoperta di come un classico prodotto italiano quale il “panpepato romano” possa prendere cittadinanza malesiana!
“Un connubio possibile grazie all’aggiunta di frutta esotica e pepe” ci assicura Angelo Colapicchioni, noto panificatore romano, che grazie al suo estro ha regalato al mondo un ricercata prelibatezza che ben si abbina ai formaggi.
Anche gli altri aromi e profumi protagonisti della rassegna, ci hanno stupito e rapiti: da quelli più forti delle tante varianti di pollo e spaghetti, a quelli più dolci dei diversi tipi di spiedini di carne e mini dessert a base di cocco e riso.
Ma ciò che ricorderemo di sicuro sarà la composta ma sincera accoglienza dell’Ambasciatore e della sua famiglia e i colori variopinti e lucenti dei costumi tradizionali che la maggior degli ospiti indossava.
A rendere infine ancora più tipica e caratteristica l’atmosfera, le danze di un gruppo musicale malesiano e pitture dei batik presenti nella hall e nel ristorante.
Una rassegna che ci ha portato a scoprire usi e costumi di una terra lontana eppure così “avvicinabile” e amica… almeno per una sera! E che sera!!!

Esiste un sistema di welfare per l’Italia?

Raitano: una moltitudine di interventi negli anni, ora per singoli capitoli, ora per fare cassa, ora per le emergenze

intervista a Michele Raitano, professore di Politica Economica presso l’Università di Roma “La Sapienza”, a cura di Gianni Ferrante

Si parla di nuovo di pensioni, di welfare e welfare integrato. Ma viene da chiedersi quale logica tenga insieme il welfare italiano. È possibile parlare di sistema o siamo di fronte a uno Stato senza un progetto?

Negli ultimi anni abbiamo avuto tanti interventi senza mai una riforma strutturata per modificare il welfare. L’unico tentativo risale al 1997 con la Commissione Onofri. Da allora in poi una serie lunghissima di interventi, fatti sempre su singoli capitoli di spesa, per affrontare l’emergenza occupazionale durante la crisi, non rivedendo il sistema degli ammortizzatori sociali ma attraverso la deroga; poi interventi sugli ammortizzatori sociali ma con vincoli di bilancio, per non parlare dell’intervento sulle pensioni del 2011.

Il sistema di welfare è un’assicurazione sociale, attraverso la quale vanno tutelati alcuni rischi dei lavoratori: quello di non poter lavorare per anzianità, di essere licenziato rimanendo senza reddito, i rischi legati alla malattia o ai carichi familiari. Si dovrebbe dire, in modo strutturato, a quale delle componenti del welfare si attribuiscono queste tutele del rischio; si può decidere di dare ai licenziati anziani un sussidio di disoccupazione più lungo, un reddito minimo se non riescono a rientrare nel mercato del lavoro, un pensionamento anticipato, ma in modo strutturato. Se invece si interviene per singoli pezzi, si producono delle storture: se si aumenta l’età pensionabile, se si cancella l’indennità di mobilità, se non c’è più possibilità di pensionamento flessibile, ne consegue che una persona che perde il lavoro, per esempio a 55 anni, ha una possibilità su dieci di ritrovarlo, mentre deve attendere ancora dodici anni prima di poter ricevere la pensione. Quindi non è questione di aumentare le pensioni o di aumentare il sussidio di disoccupazione, ma di ragionare in un’ottica di sistema su come tutelare meglio le diverse forme di rischio.

Il modello di welfare italiano nasceva come un modello corporativo, nel quale bastava tutelare l’uomo capofamiglia che lavorava nella grande impresa e a cascata si otteneva tutto; un modello che ormai non esiste più, sia per la modifica della struttura produttiva che della base occupazionale. Ci sono tante tipologie di rischio alle quali occorrerebbe dare risposta.

Con le riforme dei primi anni 90 si è dato vita a due pilastri previdenziali: uno pubblico, riformato, e uno privato. L’esperienza della previdenza complementare ha dato in quasi vent’anni buoni risultati, tanto che di recente risultava più certo nelle sue prospettive il versante dei Fondi pensione piuttosto che quello della previdenza pubblica. Eppure le istituzioni, pubbliche e sociali, sembrano aver messo da tempo nel cassetto le possibilità di sviluppo di quell’esperienza, tranne aprirlo quando ci sono da prelevare risorse per il fisco o come contributo all’economia reale.

Sono due gli aspetti da discutere. Riguardo al primo, visto che è cambiato il quadro normativo e che di conseguenza il pilastro pubblico ha aumentato il grado d’incertezza, non si è ragionato a sufficienza sulle implicazioni per il secondo pilastro derivanti dalla riforma Monti-Fornero. Uno dei problemi, aldilà dei rendimenti, che per loro natura sono oscillanti – dal 2009 quelli dei Fondi sono andati meglio della previdenza pubblica – è che i Fondi pensione hanno investito poco nelle azioni italiane, molto sui titoli di Stato.

È anche vero che la missione principale dei Fondi è quella di produrre rendimento a favore degli aderenti là dove questo è responsabilmente reperibile ed esulano dalle loro competenze i problemi connessi alla ristrettezza del mercato borsistico italiano.

Certo. Comunque, una cosa sicuramente interessante sarebbe quella di pensare a forme d’investimento innovative che abbiano ricadute positive per il sistema economico italiano. Questo potrebbe far sì che la previdenza privata, oltre ad avere una funzione integrativa del reddito pensionistico, abbia ricadute positive sulla crescita, una prospettiva da approfondire di sicuro interesse.

Il secondo aspetto è ancora più rilevante. La previdenza complementare nasce in un quadro in cui si vuole lasciare ai lavoratori la possibilità di andare in pensione a 57 anni ma non si possono mantenere le vecchie tutele del sistema retributivo. Quindi, l’idea è che il lavoratore utilizza il Tfr e risorse proprie per integrare la pensione.

Una soluzione che aveva una sua logica, laddove i lavoratori corrispondevano ad un modello più o meno standard e avevano la possibilità di pagarsi quell’integrazione. Ora, invece, i lavoratori che hanno una carriera standard e continuativa stanno diventando, sempre più, una minoranza. Inoltre ci sono gli effetti della riforma del 2011.

La previdenza privata ha una sua logica soprattutto per quelli che stanno nel sistema contributivo, per quelli che hanno cominciato a lavorare dal 1996 in avanti. Tra questi ultimi ci sono quelli che riescono ad avere una carriera continuativa: ma, secondo le regole del contributivo, questi avranno una pensione equivalente a quella che avrebbero preso nell’ambito del sistema retributivo, anche se molto più tardi. Per questi, quindi, ha poco senso accantonare un risparmio ulteriore, tenuto anche conto della bassa dinamica dei salari.

Paradossalmente, la Fornero, pur essendo stata una fautrice dei Fondi pensione, ha svuotato l’utilità per il lavoratore standard d’investire in previdenza integrativa, là dove la previdenza integrativa servirebbe proprio all’integrazione per i lavoratori che non hanno la sicurezza di poter lavorare per 45 anni continuativamente fino ai 69 anni: sono lavoratori che hanno redditi talmente bassi, deboli sussidi di disoccupazione, deboli coperture, per cui l’incremento che potranno ottenere in futuro tendono a valutarlo meno, preferendo non investire e tenere i soldi presso di loro.

I dati però testimoniano che, nonostante la crisi, le quote di reddito destinate al risparmio restano alte e sono intercettate soprattutto dai prodotti bancari e assicurativi.

Certo, quei soggetti si avvalgono di un’estesa rete di vendita. Bisognerebbe comunque verificare per quanto tempo il risparmio resta lì allocato.

In un recente convegno alla Camera è stato presentato il Secondo Rapporto sugli andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza, curato dal Comitato tecnico scientifico di Itinerari previdenziali. L’attenzione è stata quindi rivolta più ai risultati di gestione piuttosto che agli aspetti legati al potere d’acquisto delle pensioni. Con riferimento al quadro contabile, è stato evidenziato il saldo negativo tra entrate e uscite, e com,e dai dati del 201,3 si evinca un notevole peggioramento dei conti che riporta ai saldi del 1995.

Quale commento è possibile avanzare, sapendo che a determinare questi risultati concorrono importanti fattori: dall’andamento del Pil, reale e nominale, all’occupazione – un milione di addetti in meno in 7 anni – allo stato deficitario di una serie di gestioni previdenziali di categoria?

Da studioso tendo a considerare bizzarro discutere di sistemi di welfare, che per loro necessità hanno un elemento di stabilizzazione automatico, in cui le entrate e le uscite dipendono dal ciclo economico, ragionando sul singolo anno. Bisognerebbe valutare in un’ottica di sistema e sappiamo bene che in quest’ottica, in virtù di tutte le riforme fatte dal ’92 a oggi, il sistema italiano nel lungo periodo ha una sostenibilità assolutamente garantita, sia dall’entrata in vigore del sistema contributivo, sia da tutti i meccanismi d’innalzamento automatico dell’età pensionabile. Quindi è vero che oggi abbiamo un problema, ma non è che per un problema macro di bilancio pubblico si può intervenire tagliando la previdenza. Se voglio ragionare sui conti della previdenza dovrei ragionare come si fa quando si guarda il Pil potenziale, in condizioni di ciclo normale, e sappiamo bene che – questi conti li ha fatti per tanti anni la Ragioneria dello Stato – il sistema italiano è assolutamente sostenibile. Altro poi è ragionare poi sui problemi dell’economia italiana, sul perché c’è una così alta disoccupazione, una così bassa crescita del Pil e così via.

Restando al convegno citato, dove è stato presentato il Rapporto, curato da Alberto Brambilla e dai professori Gianni Geroldi e Paolo Onofri, si è anche fatto criticamente riferimento ad alcuni luoghi comuni, a convincimenti basati sul “si dice”. Per cui, ad esempio, mentre “si invocano aumenti per le pensioni più basse” non si terrebbe conto dell’alto numero di beneficiati totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale. Oppure che in Italia “la spesa per la protezione sociale è bassa e inferiore alla media europea”, mentre secondo gli estensori del Rapporto – numeri alla mano – non sarebbe così. Oppure ancora: “che in Italia si farebbe poca assistenza”, mentre invece rappresenta il 5,77% del Pil, pari a circa 90 miliardi, a carico della fiscalità, ammontare che quindi – dicono – grava solo su chi paga le tasse.

Che la spesa per assistenza debba gravare su chi paga le tasse è proprio nella logica dell’assistenza. Se il sistema di welfare e il sistema pensionistico in particolare sono un sistema di assicurazione di un rischio, il rischio di povertà deve essere finanziato con i contributi, deve essere a carico della fiscalità generale non dei lavoratori. Quindi, semmai, il problema riguarda l’efficacia della spesa per assistenza, se ci sono strumenti che raddoppiano la loro funzione. In quest’ottica, ad esempio, ben venga la riforma dell’Isee, che cerca effettivamente di chiarire chi ha risorse e chi no.

Quello dell’assistenza è un aspetto sul quale si deve intervenire, non guardando solo agli anziani ma a tutti i lavoratori, affrontando il problema della mancanza di un reddito minimo.

Il Rapporto del Cer, recentemente presentato, mostra che quando si vanno a differenziare i beni che solitamente sono acquistati dai pensionati si coglie un loro effettivo impoverimento.

Venendo al riferimento all’Europa, fatto nella domanda, è vero che la spesa previdenziale italiana non è più alta della media europea. Infatti, se ragioniamo al netto della spesa assistenziale, che non ha niente a che vedere con la previdenza, se ragioniamo al netto delle entrate fiscali, perché lo Stato con la mano destra paga le pensioni e con la sinistra un po’ se le riprende, se andiamo a scorporare alcune voci di previdenza che in alcuni altri paesi riguardano la disoccupazione o altre forme di welfare, scopriamo che non è vero che la spesa per la previdenza italiana sia maggiore che altrove.

Anche a seguito dell’eredità lasciata dalla riforma Monti Fornero, oggi sembra essersi riaperto lo spazio per un discorso su criteri flessibili nell’accesso alla pensione che non considerino tutti i lavoratori uguali, ovvero con la medesima speranza di vita. C’è un disegno di legge, ci sono autorevoli prese di posizione a favore, ma ci sono anche richieste di rinvii a tempi migliori per mancanza di risorse. Inoltre si parla di un possibile prelievo sulle pensioni più alte in funzione solidaristica verso quelle più basse.

Emerge tutta la miopia della riforma Monti-Fornero. Quella riforma partiva dall’assunto che tutti i lavoratori fossero uguali nelle loro condizioni di salute, nelle loro possibilità di continuare a lavorare, nella domanda di lavoro che incontrano da parte delle imprese, nei carichi familiari. Il welfare esiste proprio per tutelare i rischi eterogenei degli individui. Nel momento in cui si alza l’asticella dell’età pensionabile facendola muovere in modo uguale per tutti gli individui, senza considerare le tante differenze che esistono, ci troviamo in una situazione inefficiente. Infatti, i lavoratori che sono più a rischio di disoccupazione, che hanno meno possibilità di lavorare, vengono effettivamente a scontrarsi con un grande problema. L’errore dunque è stato intervenire in modo emergenziale, per affrontare il problema dei conti pubblici senza ragionare tenendo conto del sistema Italia, del sistema economico, non solo di conti previdenziali.

Da questo punto di vista ben venga il recupero di forme di flessibilità, cercando anche di attuare una forma di flessibilità progressiva, perché se la flessibilità viene pagata interamente dal lavoratore che va in pensione prima, in termini di riduzione – se poi questo lavoratore viene licenziato e vorrebbe continuare a lavorare ma non trova una soluzione – allora da una parte non trova lavoro, dall’altra l’unica alternativa è andare in pensione prima con una pensione più bassa. Quindi, un qualche intervento solidaristico, che non sia basato solo su criteri attuariali, va considerato. Non bisogna dimenticare che in termini di speranza di vita esistono differenze fino a 7 anni tra persone che hanno storie lavorative diverse.

Quindi interventi solidaristici vanno presi in considerazione, anche perché il sistema di tassazione e trasferimenti italiani non è particolarmente redistributivo, per i noti problemi di evasione fiscale. Si può pensare di aumentare la progressività delle imposte tout court, di aumentare alcune tipologie di imposte patrimoniali, imposte indirette che vanno a incidere sui redditi più alti; si può anche pensare – come ha proposto il presidente dell’Inps Boeri – d’intervenire sulle pensioni più alte.

Boeri dice “vediamo quello che avresti avuto con il sistema contributivo e ti tasso la differenza”. Come criterio ispiratore posso anche essere d’accordo; però se vado a vedere bene, mi trovo in forte disaccordo. Innanzitutto perché è impossibile ricalcolare con il sistema contributivo posizioni che non erano contributive. Quali sono i coefficienti di trasformazione di chi è andato in pensione nell’80? Gli si possono riapplicare le vecchie norme? Ci sarebbero ricorsi alla Corte Costituzionale.

Il secondo aspetto è di logica. Il problema retributivo italiano è che c’erano categorie trattate diversamente. Ma, tralasciando quest’aspetto, vorrei evidenziare che un Paese che sta crescendo, con una generazione giovane, si può permettere, all’interno del sistema a ripartizione, un’aliquota bassa; è il pregio di un sistema a ripartizione: nel momento in cui l’economia cresce di tassare poco gli attivi per pagare le pensioni. Cambiano le condizioni: quarant’anni dopo, ovviamente, l’aliquota è aumentata. È possibile far pagare il costo della minore aliquota quarant’anni dopo? Stiamo dicendo che allora non deve esistere il sistema a ripartizione? Dal punto di vista teorico non si vede perché si dovrebbe assumere una posizione del genere.

È vero che il sistema italiano era pieno d’iniquità ed è vero che il taglio riguarderebbe solo le pensioni alte, però rischieremmo di operare un’ulteriore iniquità, perché il baby pensionato, l’autonomo che ha evaso tutta la vita non arrivano a prendere duemila euro di pensione e quindi finiremmo per tassare non loro ma chi ha contribuito. Quindi, se si deve pensare a un intervento di questo tipo, occorre pensare a qualcosa di meno complicato. Personalmente non andrei a toccare il mondo delle pensioni. Il fatto che le pensioni possano sembrare quasi un regalo è qualcosa che non mi piace perché è frutto di equilibri storici, di politica economica, che sono mutati nel corso del tempo.

Africa: Sacro e Profano

DOVE?

Assistere alla Messa africana della notte di Natale nella Chiesa di San Carlo Borromero, vicino alla Maison des Esclaves di Gorée, piccola isola senegalese teatro di secoli di tratta degli schiavi. Assistere la notte di Capodanno ad un autentico rito vudù nei pressi del Lago Togo, in un villaggio nella foresta cuore di questa religione animista. Sacro e Profano, due momenti contrapposti che si uniscono in un sincretismo religioso comune a tutta l’Africa Occidentale. Ma anche un viaggio alla scoperta della natura tropicale, delle etnie e della cultura di questi quattro paesi costieri, conoscendo luoghi di assoluta bellezza e importanza: il Lago Rosa; la città coloniale di Saint Louis; il villaggio lacustre di Ganvié; i castelli della Costa d’Oro; numerosi e coloratissimi mercati; le tradizioni del popolo Ashanti; gli abili artigiani ghanesi; il mercato dei feticci di Lomé; la grande foresta della regione del Volta e tanti altri siti di particolare interesse. Un viaggio ed un evento unico per veri intenditori!

CHE TIPO DI VIAGGIO E’?

Viaggio itinerante attraverso quattro paesi, con continui spostamenti di località e pernottamenti in luoghi diversi. Pochi lunghi trasferimenti in minibus, escursioni in barca e molte visite a piedi in mercati, villaggi e siti storici. Hotel 3-4 stelle (standard locale), spesso modesti pir essendo i migliori possibili in determinate località. Consigliato un abbigliamento leggero e comodo per il giorno, considerando un capo leggermente più pesante per la sera. Abbigliamento informale in corso di escursione, più formale in hotel e durante la Messa di mezzanotte. I pasti saranno in hotel e ristoranti, con piatti di cucina locale e internazionale. Munirsi di protezione da sole e dagli insetti e di scarpe comode. Obbligatoria la vaccinazione contro la febbre gialla. Richiesto un medio spirito di adattamento.

QUANDO ANDARE?

Il viaggio si sviluppa tra il 23 dicembre e il 6 gennaio, nel corso della stagione secca in Africa Occidentale. In Senegal l’escursione termica è più accentuata rispetto agli altri paesi, ma con temperature serali e notturne comunque mai basse. Caldo secco e scarsa probabilità di precipitazioni. In Ghana, Togo e Benin si ha in questo periodo l’influenza dell’Harmattan, vento proveniente dal Sahara che causa a volte una leggera velatura del cielo.

Breaking the Gay

Come ormai avrete sicuramente ben compreso, io non amo scrivere articoli pacifici e banali. Tralasciando premesse paraculoidi, voglio innanzitutto ringraziare il collega Biffi per avermi ispirato a scrivere su quest’argomento piuttosto spinoso

Infatti parlare di omosessualità, in particolare in Italia, paese dominato dalla lunga mano della chiesa cattolica (che gioca in casa, si sa), è diventato come parlare di corda in casa dell’impiccato. Eh sì, perché le persone comuni si guardano bene dal dire realmente come la pensano guardando in faccia qualcuno. Sui social network è ben altra storia, lo schermo funge, secondo loro, da antismerd, e quindi vengono fuori di quelle perle di sterco non da poco.

Una su tutte è, appunto, la questione dell’omofobia.

Quando si parla di gente comune, si sa, si dà sfoggio dei peggiori luoghi comuni possibili (bruttissimi posti da frequentare a mio avviso) ma quando, invece, si prendono i causa i metallari, si va in tutt’altro pezzo di mondo. Già, perché gli amanti del metal credono, a buon rendere, di essere una categoria umana, oltre che musicale, a parte. Il metallaro è aperto mentalmente, non cede ai luoghi comuni, accetta tutte le diversità (AH AH AH AH AH, scusate ma non ho resistito) e, soprattutto, è sempre dalla parte delle minoranze. Aldilà delle fazioni politiche, delle quali, vi assicuro, non parlerò MAI, posso assicurarvi che, discorsoni etici strappalacrime a parte, tra gli individui borchiati ci sono chili e chili di omofobia da sfamarci un intero gaypride.

Avevo già accennato, nell’articolo dedicato alla procace Lee Aaron, del maschilismo imperante nel mondo del metal, un po’ meno evidente negli ultimi anni, ma sempre presente come la polvere sul televisore. L’omofobia invece è un tasto un po’ più delicato.

Come faccio ad esserne tanto sicuro? E’ semplice, basti pensare a quanti personaggi della scena metal si sono apertamente dichiarati omosessuali.

Attenzione, non sto parlando della scena rock. La scena rock non ha niente a che vedere con questo genere di atteggiamento, in particolare grazie a Freddie Mercury. E’ stato lui infatti a dare una svolta radicale al modo di pensare della gente in un momento cruciale della storia, quando i gay, che reclamavano ormai da anni e a gran voce i loro diritti, soffrivano di un’emarginazione sociale tale da portare quasi la totalità di loro alla droga e a contrarre l’aids. Sono argomenti spinosi, ma prima che il cantante dei Queen dichiarasse le sue condizioni sociali, sessuali e fisiche, la gente sapeva ma semplicemente, si voltava dall’altra parte ignorando, per pura ipocrisia, una realtà sociale e sessuale da sempre esistita che necessitava della giusta considerazione.

Per il metal la situazione, invece, è stata ed è ben diversa.

Il primo artista della storia del metal a far venire fuori la propria omosessualità è stato Roddy Bottum, tastierista dei Faith No More, nel 1993, con “Be Aggressive”. E’ un pezzo che parla, letteralmente, di sesso orale tra uomini. Il pezzo, nato soprattutto per fare un dispetto a Mike Patton, si è invece rivelato un grandissimo successo, arrivando addirittura ad essere il secondo pezzo più suonato ai loro concerti.

Dopo di lui Doug Pinnick, bassista della band filo-cristiana King’s X, si dichiarò omosessuale in un’intervista per la rivista cristiana “Regeneration Quarterly” nel 1998. La sua dichiarazione portò Pinnick a dover lasciare la band, chiaramente, molto lontano dai precetti cristiani, facendo di lui un agnostico (come dargli torto?).

Nello stesso anno, fu uno dei più grandi frontman della storia del metal a fare “coming out”, ovvero Rob Halford dei Judas Priest (che ai tempi aveva lasciato la band per darsi alla carriera solista), in un’intervista nientemeno che per MTV. Certo, la band era da sempre a conoscenza della cosa e a quanto pare, nemmeno per i fans ci fu grande sorpresa. Di certo nessuno si aspettava che Halford lasciasse la carriera per questo o che qualcuno lo costringesse a farlo. Questo perché, fondamentalmente, la fama ti permette di essere ciò che vuoi aldilà dei pregiudizi. Se sei un signor semi-nessuno come Pinnick…è un altro paio di maniche.

Otep Shamaya, cantante dell’omonima band Otep, si è dichiarata apertamente lesbica nel 2005 in un’intervista concessa a Scott Marti. La cosa tuttavia trapelava notevolmente da alcuni scandali avvenuti in patria a causa dei testi delle sue canzoni inneggianti, con molta rabbia, all’assassinio brutale di uomini (uomini veri, gente col pisello insomma).

Infine ritengo che il primato in coraggio è da attribuire, senza dubbio, a Gaahl dei Gorgoroth. Uscito allo scoperto nel 2008 in un’intervista di Tages Anzeige su blabbermouth.net, è stato a lungo fidanzato con il designer Dan DeVero, il quale ha subito ripetute minacce di morte da parte di alcuni musicisti omofobi della scena Black Metal (carramba che sorpresa eh). Gaahl nel 2010 è stato addirittura nominato “gay dell’anno” a Bergen. La sua storia musicale diverrà comunque estremamente travagliata dopo il suo “coming out”, portandolo addirittura a smettere per alcuni anni.

Questi sono i pochi documentati casi di omosessualità dichiarata in tutta la storia del metal. La domanda che ci si pone spontaneamente è se effettivamente, in un mondo vasto e ricco di personaggi di ogni genere come il metal, siano davvero così pochi gli artisti omosessuali o se, molto più realisticamente, ci sia grande paura nel fare coming out. Probabilmente si ha paura di perdere credito agli occhi dei fans o, addirittura, di venire accusati dai musicisti stessi di gettare ombre su un mondo in cui bisognare essere tutti “duri e puri”, ma solo per figa.

Qualunque sia il motivo, di sicuro è la paura che spinge questi personaggi a rimanere nell’ombra, ad atteggiarsi da sex symbol spaccapapere andando contro la propria natura, per mantenere intatta la propria “dignità”. Pensate che sia stupido? E’ la realtà. Purtroppo, per quando se ne dica e se ne discuta, il mondo del metal nasconde in se più pregiudizi e luoghi comuni di quanti non voglia far credere agli occhi del mondo. La discriminazione sessuale è un’altra piaga dalla quale non si vuole guarire. Forse si dovrebbe un po’ ridimensionare il proprio concetto di dignità.

E magari fregarsene di chi si portano a letto i musicisti e concentrarsi sulla grinta che ci regalano sul palco.

Direi!